Articles and Essays by Mark Engler
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    L’accesso al mercato è la risposta alla povertà?

    Ci sono buone ragioni per non saltare in modo acritico sul treno di chi promuove il “libero commercio” e la fine dei sussidi.

    Sebbene molto sia in gioco al vertice di Hong Kong di questa settimana dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il successo delle discussioni dipenderà soprattutto da una singola questione: la volontà di Stati Uniti, Giappone e Unione Europea di tenere fede alla loro retorica sul “libero mercato” apportando tagli sostanziosi ai sussidi agricoli. Fornendo quasi un miliardo di dollari al giorno in sussidi per i propri agricoltori le nazioni più ricche del mondo, che predicano regolarmente le virtù del libero mercato per le nazioni più povere, sono colpevoli di vera e propria ipocrisia.

    Qualsiasi cosa accada, si porrà una domanda chiave per i critici della globalizzazione multinazionale basata sia nel primo mondo che nel Sud globale: è l’accesso al mercato la vera risposta alla povertà?

    I governi delle nazioni in via di sviluppo, sulla scia di una vittoria nel resistere agli accordi commerciali di Cancun del 2003, per loro sfavorevoli, useranno ogni determinazione a Hong Kong affinché nazioni come gli Stati Uniti diminuiscano i loro aiuti agricoli, cosa che l’amministrazione Bush ha dimostrato fino ad oggi di non voler fare. Alcune istituzioni come la Banca Mondiale e il comitato editoriale del New York Times presteranno il loro supporto ai paesi più poveri sostenendo che l’accesso ai mercati del primo mondo è una pietra miliare per lo sviluppo e la riduzione della povertà.

    Tutto ciò mette in una posizione scomoda quel numero crescente di scettici sul “libero mercato” che si trovano attorno al mondo. Sicuramente i sussidi all’agricoltura hanno due diversi aspetti. Tuttavia, la rimozione di quei sussidi è davvero il miglior percorso verso la giustizia economica per le nazioni in via di sviluppo? Hanno dunque quei critici una buona ragione per essere prudenti nel fare causa comune con il capo della Banca Mondiale Paul Wolfowitz? Nel passato la questione dell’accesso ai mercati ha diviso i progressisti. Nel 2002 Oxfam, una importante organizzazione contro la povertà, ha pubblicato uno studio intitolato “Regole truccate e doppi standard” e lanciato una campagna per “rendere onesto il commercio”. La relazione presentava una gamma di raccomandazioni per migliorare le regole del commercio internazionale e lo sviluppo, ma l’accesso ai mercati divenne il vero punto centrale quando il documento fu promosso dai mezzi di comunicazione. Oxfam faceva eco alla retorica della Banca Mondiale sostenendo che: “perché il motore del commercio funzioni le nazioni povere hanno bisogno dell’accesso ai mercati delle nazioni ricche. Un’espansione dell’accesso ai mercati può aiutare i paesi ad accelerare la crescita economica, aumentando allo stesso tempo le opportunità per i poveri”.

    Oxfam ha attirato aspre critiche dipingendo i sostenitori di alternative come “fobici della globalizzazione”. Tra i primi a rispondere ci sono stati i rappresentanti dei movimenti sociali delle nazioni in via di sviluppo, i quali hanno spesso criticato le posizioni sul commercio delle élite dei loro stessi governi nazionali. Walden Bello, direttore esecutivo di “Focus on the global south”, ha accusato Oxfam di “fare una caricatura dei critici del libero commercio nel modo crudo tipico dell’Economist”. Per fortuna Oxfam ha smesso da allora di portare avanti tali critiche gratuite degli alleati nel movimento per la globalizzazione. Recentemente l’organizzazione ha modificato le sue richieste sulla questione dell’accesso ai mercati, considerando importante evitare l’intrusione forzata delle compagnie multinazionali nelle nazioni più povere.

    Ci sono buone ragioni per non saltare in modo acritico sul treno di chi promuove il “libero commercio” e la fine dei sussidi. Primo, non è affatto sicuro che basare lo sviluppo economico sulle esportazioni agricole permetterà alle nazioni di “commerciare lungo la via che porta fuori dalla povertà”, come pretendono i proponenti. Storicamente molte nazioni che hanno fatto affidamento sullo sviluppo guidato dalle esportazioni sono state sconfitte dalla diminuzione dei prezzi sui mercati agricoli mondiali, un problema causato da eccesso di offerta. Come si legge in una relazione Oxfam del 1992 intitolata “la trappola del commercio”, “le nazioni che dipendono dall’esportazione di beni primari come caffè, zucchero o cotone sono catturate in una trappola: più aumentano la produzione più fanno scendere i prezzi”.

    Porre termine a sussidi eccessivi migliorerebbe in un cero senso la situazione, riducendo il “dumping” di beni artificiosamente sottocosto provenienti dal primo mondo e venduti sui mercati globali. Tuttavia non aiuterebbe molto, persino se gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il Giappone eliminassero del tutto il loro supporto – cosa che è politicamente fuori questione. Nancy Birdsall, sostenitrice del libero commercio globale, assieme agli economisti Dani Rodrick e Arvind Subramanian, scrive in un recente articolo apparso su “Foreign Affairs” che le stime del Fondo Monetario Internazionale (IMF) prevedono che i “prezzi mondiali aumenterebbero solo dal 2% all’8% per riso, zucchero, e grano; del 4% per il cotone; del 7% per il bestiame. La variazione annua tipica dei prezzi mondiali di questi beni supera queste cifre di almeno un ordine di grandezza”.

    In altre parole la nota instabilità dei mercati agricoli internazionali rimarrebbe un ostacolo insormontabile per i poveri agricoltori che cercano di sopravvivere. In modo simile le più ottimistiche previsioni della Banca Mondiale suggeriscono che una nazione con un reddito pro capite di 100 dollari aumenterebbe questo valore solo di sessanta centesimi nei prossimi dieci anni come risultato della liberalizazzione del commercio. è davvero molto difficile che questa sia una soluzione valida per lo sviluppo.

    I piccoli agricoltori sono nella posizione più sfavorevole per conseguire guadagni concreti, poiché questi con molta probabilità saranno acquisiti dagli intermediari. Quando saranno messi in concorrenza con compagnie agricole di grandi dimensioni, che dominano i mercati e che possono influenzare la politica (per non citare anche la loro possibilità di accesso a immense linee di credito e a impianti in cui immagazzinare gli alimenti quando i prezzi sono bassi), quei piccoli produttori si troveranno ancora a partecipare a un gioco truccato.

    Inoltre, come fanno notare gli economisti, dal liberale Dean Baker a Stephen Roach della Morgan Stanley, con gli Stati Uniti che accusano un deficit insostenibile nel commercio e nella spesa corrente, il dollaro sopravvalutato avrà una flessione quasi certa nei prossimi anni. Ciò significa che i mercati statunitensi per i prodotti esteri si ridurranno. I paesi che avranno basato le loro strategie di sviluppo sul conquistare una parte di quella torta si troveranno a combattere gli uni contro gli altri per delle fette sempre più piccole. Facendo un discorso politico, prestare attenzione alle tesi che la Banca Mondiale e il New York Times propongono sul libero accesso ai mercati distrae da quelle politiche alternative che aiuterebbero i piccoli produttori in modo diretto – soluzioni promosse dai movimenti sociali nel Sud globale. Queste includono leggi antitrust per piegare la potenza delle grandi imprese agricole, riforma delle leggi agricole, promozione del commercio locale, e sostegno alle proposte internazionali per un “trattamento differenziato e speciale” che permetta alle nazioni povere con popolazioni deboli di garantire la sicurezza alimentare per i cittadini.

    Persino se i governi di nazioni in via di sviluppo guadagneranno posizioni sui sussidi agricoli, l’accesso avrà un costo. In cambio le nazioni ricche chiederanno che i loro partner commerciali diano segnali di apertura in altri ambiti – facendo privatizzare alle nazioni povere servizi come la distribuzione di acqua ed elettricità, e riducendo la loro capacità di difesa delle industrie in fase di avvio. Un compromesso al WTO significherebbe inoltre un taglio a quelle reti di sicurezza che hanno fino ad oggi aiutato i governi a proteggere gli agricoltori dalle pericolose oscillazioni dei mercati internazionali. L’aumento della globalizzazione multinazionale non è un prezzo giusto che si possa imporre alle nazioni in via di sviluppo per porre fine alle ipocrisie di Stati Uniti ed Europa.

    In definitiva i poveri continueranno a perdere fino a quando il sistema economico dominante di “mercato libero” andrà avanti. Partendo da questa considerazione sulla realtà, un blocco del dialogo a Hong Kong sarebbe preferibile ad un accordo ingiusto adottato in nome dello sviluppo.

    Mark Engler, un giornalista di New York City è analista presso "Foreign Policy in Focus". Può essere contattato attraverso il sito web, www.DemocracyUprising.com. Assistenza per la ricerca a cura di Kate Griffiths. Traduzione di A. F. per ZNet-IT.

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